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Cinema e cultura della montagna

Per secoli e millenni le montagne sono state abitate da pastori, allevatori e contadini. Solo negli ultimi duecento anni nelle Alpi vi si sono affacciati gli alpinisti. In Himalaya poi, da poco più di cento. Una minoranza privilegiata, agli inizi, fatta di alti borghesi e nobili, i primi a godere del tempo liberato dalla prima Rivoluzione industriale. Non c’è da meravigliarsi quindi che il cinema a tema alpinistico sia una cosa rara, saltuaria.

L’alpinismo è una attività assolutamente “inutile”, come ci ricordava Lionel Terray, capace di raccontare storie solo quando è contornato dal manto della tragedia. Poche le eccezioni. Lo abbiamo visto l’anno scorso con il film di Remy Teziér dedicato a Catherine Destivelle, un film ispirato ai classici del cinema di montagna, come Gaston Rebuffat, Marcel Ichac e Samivel. Oltretutto negli ultimi decenni l’alpinismo classico, quello praticato sulle vette alpine, ha patito la concorrenza, almeno dal punto di vista del numero dei praticanti, dell’arrampicata sportiva e del sassismo, con la sola eccezione dell’Himalaysmo diventato però un’attività commerciale.

Il Festival di Trento, che del cinema dedicato alla montagna, all’esplorazione e all’avventura, è da 57 anni l’osservatorio principale, non poteva che prendere atto di questa trasformazione. La montagna in primis, non più come playground degli alpinisti; ma anche l’esplorazione, non più intesa nel senso ottocentesco della scoperta di luoghi inesplorati del pianeta, bensì quella delle culture materiali, in senso antropologico, che spesso la marginalizzazione ha contribuito a salvaguardare; mentre l’avventura è quella umana, quella della vita quotidiana di chi è ai margini del “progresso” o meglio dei processi di globalizzazione, per scelta o destino.

Se c’è invece un protagonista di questa edizione, questa è la donna. La donna come regista, sessanta sono i film con una firma al femminile presentati in questa edizione. Ma, soprattutto, la donna come protagonista di queste società che in montagna vivono, il vero “Anello forte”, come le chiamava Nuto Revelli nel suo omonimo libro pubblicato negli anni ’70 sull’esodo delle valli occidentali piemontesi. Donne che coltivano la terra, fanno crescere i figli, tengono gli animali, tramandano la cultura, sono il punto fermo di una società il cui movimento è spesso sinonimo di disintegrazione sociale. Basta sfogliare il catalogo di quest'edizione e questo ruolo appare centrale.

E per finire questo nuovo, o meglio diverso, punto di osservazione della montagna, ha dimostrato di saper raccontare storie meglio e più dell’alpinismo, e l’edizione di quest’anno ne è la dimostrazione. Quindi non resta che augurare “buona visione” a tutti i curiosi delle cose del vasto mondo della montagna.

Augusto Golin
Responsabile della Programmazione Cinematografica

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57° Trento Film Festival
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Augusto Golin
Giulio Malfer