Alpinismo trentino in lutto per la morte di Fabio Giacomelli
La tragedia sul Cerro Torre. Un ricordo dell'alpinista
Dopo il fratello Gigi,caduto da una parete del Brenta nell’estate del 1980, la montagna ha chiamato anche Fabio Giacomelli. La montagna è il Cerro Torre che Fabio, insieme al compagno Elio Orlandi, voleva salire per un nuovo itinerario e per adempiere ad un impegno particolare: portare in vetta al “grido di pietra” l’urna con le ceneri di Cesarino Fava scomparso nel 2008.
E di questo proposito Elio Orlandi ne aveva parlato anche in occasione dell’ultimo TrentoFilmfestival, proprio nella serata dedicata al Cerro Torre. Alla nuova via di salita sul Torre Orlandi e Giacomelli ci pensavano fin dal 2006, poi le condizioni avverse ricorrenti sulle cime della Patagonia avevano fatto differire il progetto. Lo scorso inverno avevano iniziato l’ascensione, interrotta poi dall’arrivo dell’ennesima perturbazione.
L’urna era stata lasciata in un anfratto della grande parete e da lì erano ripartiti nelle scorse settimane con l’obiettivo di portarla finalmente in vetta. La tragedia il 1 gennaio, quando Fabio Giacomelli, giunto alla base della parete e sganciatosi dalle corde è stato travolto dalla caduta di una massa di neve che lo ha sepolto. Per tre giorni il compagno Elio Orlandi ha scavato nella massa di neve recuperando il corpo dello sfortunato alpinista.
Fabio Giacomelli era nato 51 anni fa a Vigolo Vattaro e si era avvicinato all’alpinismo sulla scia dei fratelli maggiori, Gigi e Franco che è guida alpina, ripetendo le classiche delle Dolomiti e dedicandosi con altri giovani scalatori trentini ad aprire nuovi itinerari sulle pareti della Valle del Sarca.
Ma era stato anche tra i primi a misurarsi con le grandi pareti californiane. Un alpinismo di alto livello e completo, a cui affiancava anche la passione per la speleologia, praticato con autentica passione e soddisfazione, al quale dedicava il tempo libero che gli concedeva la professione di collaboratore e rappresentante di alcune note marche del settore outdoor.
Con gli amici Elio Orlandi, Rolando Larcher, Fabio Leoni, si era quindi avvicinato alle cime patagoniche, partecipando a diversi nuovi progetti, sul Fitz Roy, sulla Aiguille Poincenòt. E poco importava se le ferie finivano e doveva lasciare gli amici a completare la nuova via per rientrare al lavoro perché era ciò che si portava dentro di esperienza, di amicizia condivisa, di rapporto con i compagni quello che più contava per Fabio.
Una delle sue ultime realizzazioni in valle del Sarca, risale allo scorso aprile sulla parete Limarò del Piccolo Dain: una via aperta in solitaria e dedicata ai due figli Deborah e Alessio, scherzosamente soprannominati “Mitica” e “Nocciolina” (questo il nome dato alla nuova via), con l’augurio che anche loro potessero vivere su quella parete le stesse emozioni. “Giac” era soprattutto questo.

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